Viviamo una realtà in cui le aliquote alle dogane americane subiscono repentinamente cambi. Da giorno 7 agosto, infatti, è attiva una nuova geografia commerciale tracciata dai dazi di Trump. Tariffe differenziate dal 10% al 50% per circa 92 paesi.
Tra i più colpiti da queste misure imposte da Trump, attualmente vi è l’India, che è passata in brevissimo tempo da un dazio del 25% al 50%. L’aumento è stato vincolato ai rapporti commerciali di quest’ultima con la Russia. E non verrà ridotto se l’India continuerà a comprare direttamente, o indirettamente, petrolio russo, attualmente circa il 38% dell’acquisito.
Anche il Brasile non è stato risparmiato dalla scure dei dazi al 50%. Inizialmente i tassi dovevano aggirarsi attorno al 10%. L’aliquota è stata poi portata al 50% per sostenere la causa dell’ex presidente Bolsonaro. Restano esclusi dall’aumento aeroplani, metalli, combustibili e succo d’arancia.
La scure dei dazi americani ha colpito pesantemente anche la Siria al 41%, il Myanmar al 40%, la Svizzera al 39% e il Canada al 35%. Attualmente la Cina si attesta al 30%, ma ancora i negoziati sono in corso e si attende un terzo round il 12 agosto in Svezia.
Scombussola che tra gli stati più colpiti vi è il Canada, le cui relazioni non sono quelle degli anni trascorsi, e la Svizzera. Anche perché in generale l’Europa ha ottenuto un trattamento del 15%. Meglio solo il Regno Unito, che ha spuntato addirittura il 10%.
Manca però una dichiarazione congiunta con gli Stati UE che attesti formalmente gli accordi. In breve, nulla è ancora sicuro. Anche perché Trump ha minacciato diverse volte di portare le aliquote dal 15% al 35% se l’Europa non investirà parte dei propri capitali in America.
A quanto pare, il governo starebbe usando la scusa dei dazi anche per ragioni di sicurezza nazionale e per stringere relazioni di difesa più agevoli con gli altri stati. Lampante il caso di Israele, a cui è stato chiesto di togliere il controllo di un porto ad una società cinese.
Alcune mosse effettuate hanno anche significati differenti. Ad esempio la questione dei dazi sull’oro. In una prima fase il materiale era esentato dai dazi, ma successivamente è stato incluso nell’operazione americana, specificatamente per la dimensione da lingotto di 1kg. La scelta non è stata casuale. Questo formato è il più comune negoziato sul Comex, il più grande mercato internazionale di future sull’oro.
Ciò, ha portato ad una reazione istantanea da parte dei mercati che hanno spinto l’oro a raggiungere il nuovo record di 3.543 dollari all’oncia.
La Svizzera, che è il maggiore produttore al mondo del metallo prezioso, non ha apprezzato questa mossa, soprattutto perché aveva già subito un accordo svantaggioso con la Casa Bianca sui prodotti svizzeri, attualmente sta cercando di portare il tutto a suo favore.
Il problema per lo stato elvetico è che il mercato dell’oro si svolge in parte in America. Il mercato globale, infatti, importa l’oro nei suoi magazzini negli Stati Uniti per regolare i contratti dei future negoziati sulla Borsa Comex. Il ruolo della Svizzera in questo processo è quello di ricevere lingotti di grande formato da Londra, circa 400 once cadauno, e di fonderli e riadattarli in piccoli formati da un kg, prima di spedirli in America.
Un business, questo, importantissimo per la Svizzera, che negli ultimi 12 mesi ha esportato in America oltre 61,5 miliardi di dollari in oro.
I dazi renderebbero questo processo costoso e le transazioni avrebbero un aumento dei costi piuttosto alti. Da qui l’idea di spostare le operazioni interamente a Londra.
Una scelta del genere minaccerebbe però lo status di New York come mercato più grande al mondo per i future sull’oro. E dato che l’oro ha ripreso da tempo a svolgere un ruolo di primo piano nella ridefinizione degli equilibri finanziari e monetari internazionali, sarebbe uno smacco diretto al governo Trump.

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