Per decenni la Cina è stata la fabbrica del mondo. In passato, si appropriava delle proprietà intellettuali occidentali e ne copiava illegalmente i brevetti, producendo e commercializzando copie contraffatte di prodotti internazionali già esistenti.
Oggi, però, la situazione è drasticamente cambiata. La Cina è diventata il principale laboratorio d’innovazione a livello globale, soprattutto nel settore tecnologico. Basti pensare che nel 2023 il paese del dragone ha depositato più brevetti internazionali di qualsiasi altro paese al mondo, e che oggi è quello più all’avanguardia per quanto riguarda il settore ingegneristico, sfornando molti più ingegneri rispetto a Stati Uniti, Europa e Giappone.
Sui nuovi prodotti sviluppati interamente in Cina, l’esempio piu emblematico è DeepSeek AI, che è arrivato in brevissimo tempo a competere direttamente con i modelli di intelligenza artificiale occidentali. Pechino è diventata il traino che guida il resto del mondo nell’innovazione e lo fa competendo, solo, con i propri strumenti. Il loro successo deriva anche dall’automatizzazzione delle proprie fabbriche. Ad esempio la Xiaomi, nel distretto di Changping a Pechino. Si tratta di una “Smart Factory”, in cui la produzione non si ferma mai, nemmeno per un secondo, ed è in grado di produrre fino a 10 milioni di smartphone l’anno.
L’intelligenza artificiale assembla i componenti elettronici attraverso dei robot e dei sensori interconnessi, senza alcun intervento umano. Le luci sono spente e difatti vengono definite “Dark Factories” e, come questa, ce ne sono centinaia uguali, che continuano a sfornare prodotti h24.
La tecnologia all’avanguardia si è diffusa a macchia d’olio e ogni fabbrica che apre in Cina è perfettamente automatizzata. Il resto del mondo però ha paura di tutta questa innovazione. E l’amministrazione Trump ci ha dato una visione di come, per bloccare o disincentivare i prodotti cinesi, abbia voluto incanalare una guerra commerciale unilaterale, mettendo dazi sul commercio e sull’importazione di beni cinesi fino al 100%. Cercando di colmare questo difetto di competitività e di penalizzare la nazione a priori; ma è chiaro come questa strategia non abbia ridotto il divario con la Cina ma lo abbia invece ampliato. Perché mentre i cinesi hanno continuato a esportare i propri prodotti in giro per il mondo, gli altri sono rimasti bloccati. Anzi, possiamo dire, che si è creato un vero e proprio isolamento diplomatico e commerciale autoindotto nei confronti di Washington.
Ma qual è il segreto della Cina? Innanzitutto l’economia è trainata da investimenti pubblici ed è orientata fortemente all’esportazione, senza però dimenticare il proprio consumo interno. Anche perché, le aziende estere possono operare in cina solamente tramite “Joint Ventures al 50%” con realtà locali. Diversamente, quando sono le imprese cinesi ad aprire all’estero non imponiamo loro joint ventures, anche se forse sarebbe una buona idea imitare questo modello e replicarlo anche in occidente.
È chiaro che la Cina in pochissimi anni sia diventata un competitor industriale fortissimo, e che l’occidente debba iniziare a ricostruirsi e rimodellarsi per poter rispondere a questa evoluzione tecnologica globale. Guardare avanti con intelligenza senza chiudersi in sé stessi. Non rivangare la forza del passato ma capire come affrontare al meglio il futuro.

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