Con Monster: The Ed Gein Story, Netflix torna a esplorare il lato più oscuro dell’animo umano. Il nuovo capitolo della serie antologica ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan prosegue il percorso iniziato con Monster: The Jeffrey Dahmer Story e continuato con Monsters: The Lyle and Erik Menendez Story, componendo una trilogia del terrore contemporaneo che interroga, più che raccontare, la nascita del male.
In Monster: The Ed Gein Story,
Ed Gein, è interpretato da un sorprendente Charlie Hunnam, che mostra abilmente l’incarnazione della solitudine, dell’ossessione materna e della repressione di un’America che nasconde le sue paure sotto un velo di normalità.
Accanto a Hunnam, una straordinaria Laurie Metcalf, interpreta la figura di Augusta Gein maestralmente, madre devota e tirannica, simbolo del fanatismo religioso e del controllo familiare.
Visivamente la serie si staglia in fotografia cupa, dettagli maniacali, scenografie autentiche. Tuttavia, alcune libertà creative, come l’invenzione di relazioni mai esistite o l’eccessiva enfasi su scene di violenza, hanno suscitato critiche accese.
Ma qual è il vero volto di Ed Gein?
Edward Theodore Gein nacque nel 1906 a Plainfield, nel Wisconsin. Figlio di un padre violento ed alcolizzato e di una madre fanatica religiosa, visse un’infanzia segnata dall’isolamento e dalla paura del peccato.
Dopo la morte della madre, la sua mente collassò, sprofondó in comportamenti aberranti. Gein cominciò a profanare tombe, a collezionare resti umani e a confezionare oggetti fatti di pelle umana e ossa.
Nel 1957 la polizia fece irruzione nella sua fattoria, quello che trovò all’interno sembrava uscito da un film dell’orrore. Arrestato e dichiarato incapace di intendere e di volere, Gein passò il resto della vita in un ospedale psichiatrico.
Da quel momento il suo nome divenne leggenda nera, alimentando l’immaginario di intere generazioni di registi.
Alfred Hitchcock si ispirò a lui per creare Norman Bates in “Psycho” (1960).
Tobe Hooper, nel 1974, prese spunto dalle macabre “creazioni” di Gein per dare vita a Leatherface in “Non aprite quella porta” .
Jonathan Demme utilizzò elementi della sua ossessione per la pelle e l’identità in “Il silenzio degli innocenti” (1991), con il personaggio di Buffalo Bill.
Anche Rob Zombie diede vita a Gein nel suo horror “La casa dei 1000 corpi” (2003).
Gein, è diventato un’icona culturale, il prototipo del mostro moderno che il cinema continua a reinventare, da più di mezzo secolo.
Alla sua uscita, la serie ha diviso pubblico e critica. C’è chi l’ha definita un capolavoro psicologico, chi un esercizio di stile disturbante e gratuito. Variety l’ha accusata di “cercare lo shock a ogni costo”, mentre The Guardian l’ha bollata come “imperdonabile”.
Eppure, nonostante le polemiche, Monster è schizzata al secondo posto delle classifiche globali Netflix. Forse perché, in fondo, ciò che ci spaventa ci attrae.
Sui social gli spettatori si interrogano. perché guardiamo queste storie? Per curiosità, per morbosità, o per capire fin dove può spingersi la mente umana?
In ogni stagione, Murphy trasforma un caso di cronaca nera in uno specchio della società americana: Dahmer incarnava la solitudine urbana e l’indifferenza delle istituzioni; i fratelli Menendez rappresentavano il volto corrotto del sogno borghese; Ed Gein, infine, diventa il simbolo dell’orrore rurale e dell’alienazione silenziosa.
Monster si conferma come un progetto che attraversa la storia americana raccontando non solo i crimini, ma le crepe di un Paese intero.
Murphy non costruisce semplici biopic, ma indaga l’identità collettiva che produce questi mostri. L’avidità, la solitudine, l’abuso, il bisogno di apparire perfetti.
Ogni stagione cambia scenario e tono, ma mantiene una stessa pulsazione morale, la ricerca di un colpevole che, in fondo, potremmo anche essere noi.
In Dahmer, il male nasce dall’indifferenza; nei Menendez, dalla pressione del successo; in Ed Gein, dal fanatismo e dall’abbandono. È come se Murphy ci dicesse che il vero orrore non è nei crimini, ma nel sistema che li permette e poi li consuma come spettacolo.
Tre epoche, tre contesti diversi, un’unica domanda: chi crea davvero i mostri?
Monster: The Ed Gein Story è una serie imperfetta, disturba, ma non in modo gratuito. Ryan Murphy riesce a creare un’esperienza visiva magnetica che ci costringe a guardare dentro l’abisso senza filtri.
Non tutto funziona, certi momenti di crudeltà potevano essere suggeriti invece che mostrati. Ma la serie riesce perché ci mette a disagio non per ciò che vediamo, bensì per ciò che riconosciamo.
In definitiva, Monster: Ed Gein, non è una serie da guardare a cuor leggero. È un’esperienza che divide, che provoca, che sporca la coscienza. Ma è proprio questo il suo valore: ricordarci che i mostri non nascono nel buio, ma nelle crepe dell’animo umano, e che, a volte, raccontarli è l’unico modo per riconoscerli.

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