La poliedrica figura di Giuseppe Fava, giornalista, scrittore e drammaturgo ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984, ma anche artista fin dalla giovanissima età, viene raccontata in una mostra che si offre come ulteriore messaggio di impegno civile e cultura rivolto a cittadini, turisti e studenti.
In occasione del centenario della sua nascita, avvenuta il 15 settembre 1925, è stata presentata alla Galleria d’Arte Moderna di via Castello Ursino, 32, l’esposizione “La cultura e il diavolo”. L’arte di Giuseppe Fava tra impegno civile, politico e intellettuale”, curata da Vittorio Ugo Vicari e promossa dalla Fondazione Giuseppe Fava e dalla famiglia del giornalista, in collaborazione con il Comune di Catania e con il patrocinio dell’Accademia di Belle Arti.
L’iniziativa, che resterà aperta fino al 6 gennaio 2026, è stata presentata da Gianni Latino, direttore dell’Accademia e ideatore del manifesto, da Vittorio Ugo Vicari, docente di Storia dell’arte contemporanea e curatore della mostra e del catalogo, da Giuseppe Maria Andreozzi, responsabile dell’Archivio Storico Giuseppe Fava, da Maria Teresa Ciancio, vicepresidente della Fondazione, e da Paolo Di Caro, direttore Cultura del Comune di Catania, in rappresentanza del sindaco Enrico Trantino.
Con trentacinque opere tra dipinti a olio, incisioni e disegni, molti dei quali inediti, l’esposizione rivela aspetti meno conosciuti di Fava, al di là del suo ruolo di scrittore civilmente impegnato. Un percorso che si apre con i primi lavori, databili al 1933, quando aveva appena otto anni, e si chiude con le opere realizzate poche settimane prima della sua uccisione. L’allestimento, concepito come un dramma tragico classico, propone una narrazione poetica e critica che restituisce l’immagine di Fava non solo come intellettuale militante, ma anche come uomo profondamente innamorato della vita, della gente comune, del paesaggio, del cibo, della città, delle donne e delle tradizioni popolari. Opere già note e altre inedite dialogano tra loro, dai primi disegni alle tele dedicate alla vitalità del territorio, fino all’attenzione costante per la dimensione umana.
Giornalista, scrittore, drammaturgo e artista, Fava fu convinto che l’emancipazione dei siciliani dalla violenza mafiosa fosse possibile soltanto attraverso una didattica matura e un’azione corale e democratica. Questa visione è richiamata anche nell’identità visiva ideata da Gianni Latino, che ha rappresentato la parola “Cultura” in un campo grafico poco leggibile, a simboleggiare le difficoltà della sua affermazione nella Sicilia del dopoguerra, disseminando tuttavia lo spazio di lettere bianche, segno di un possibile riscatto.
Il percorso espositivo attinge in gran parte all’Archivio Storico Giuseppe Fava di Gravina di Catania, custodito da Giuseppe Maria Andreozzi, e pone l’accento soprattutto sulla produzione artistica. Pittore, disegnatore e incisore, oltre che giornalista, drammaturgo e romanziere, Fava seppe utilizzare diversi strumenti – dalla macchina da scrivere al palcoscenico, dal microfono al pennello, dal bulino alla cinepresa – cercando sempre corrispondenze tra linguaggi per rendere comprensibili ai giovani i suoi personaggi: mafiosi, operai, prostitute, faccendieri, marinai, mercanti di strada, immigrati, adultere, omosessuali. Un universo complesso, raccontato senza retorica e senza giudizio morale.
“L’obiettivo – hanno sottolineato i promotori – è riposizionare Giuseppe Fava tra i grandi intellettuali del secondo dopoguerra italiano, mettendo in luce non soltanto la sua instancabile denuncia contro la mafia, ma anche la profondità con cui seppe osservare e raccontare la condizione sociale del suo tempo”.
La mostra è a ingresso libero, aperta dal lunedì al giovedì dalle ore 16 alle 20, venerdì e sabato dalle 16 alle 21. La mattina è riservata alle visite guidate per gruppi e scuole, su prenotazione (mostre@fondazionefava.it

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