Dopo lo scandalo del gruppo Facebook “Mia moglie” e del blog “Phica.eu”, ora è il momento del gruppo Telegram “Dipreisti”. Attivo dal 2019, ci si scambiavano foto e materiale pornografico, e si rilanciavano link per acquistare pedopornografia.
Popolato da circa 16.000 utenti, i messaggi tipici erano: “scambio foto figlia”, “dò indirizzo di casa per stuprare moglie”, “a chi scambia, faccio vedere foto della figlia nuda di un mio amico” e barbarie simili. Video di compagne, mogli, figlie e materiale di ogni tipo, veniva scambiato liberamente, senza remore.
Un ricavo totale calcolato di almeno 500.000 euro all’anno, per uno smercio di materiale illegale, spesso scambiato senza il consenso delle interessate. Eppure il gruppo, nato in seguito all’eco mediatico dell’ex avvocato Andrea Diprè, in un periodo in cui i gruppi Telegram divertenti ed “ignoranti” erano un modo per scappare dalla banalità di Facebook, si è trasformato nel tempo in qualcosa di totalmente aberrante. Stessa sorte avuta per altri gruppi come ad esempio “La Bibbia” o “Ragazze Live”. Popolati da molti under 40 e 30, al materiale ironico era subentrato quello pornografico, fino a trasformarsi completamente in una chat di scambio di materiale illegale.
La denuncia del gruppo Dipreisti è partita da una ragazza di 14 anni che aveva scoperto la condivisione su questo delle proprie foto private, segnalandolo all’associazione Meter, da 35 anni impegnata al contrasto della pedofilia e della violenza sui minori. Istantanea l’attività della Polizia Postale, ma a quanto pare, questo genere di gruppi sono difficili da sradicare, perché hanno diversi backup e link alternativi. Nemmeno il tempo di chiudere un indirizzo, che ne spuntano altri dieci. Non solo materiale registrato, ma anche link al quale spiare in live streaming persone all’interno delle proprie stanze, collegandosi a telecamere casalinghe.
Un commercio che sicuramente ha una forte rete criminale dietro. Molto più ampio di quello che è possibile quantificare, e che alimenta una serie di violenze inaudite al fine di monetizzare. La paura è che questa tipologia di gruppi, che ultimamente stanno facendo scalpore nel dibattito pubblico, in un periodo in cui si parla sempre più di consenso, di rispetto e di privacy, migrino verso applicazioni che utilizzano crittografie end-to-end indecodificabili. E che nemmeno la Polizia riesca più ad intervenire. Ad esempio, l’app “Signal” è una di queste. Si stima che al suo interno siano attivi almeno 700 gruppi pedopornografici.
Sul canale Dipreisti è stata aperta un’indagine da parte della Polizia. Lo scambio di materiale pedopornografico è punito dal Codice Penale con la reclusione, nonché con il pagamento di una multa. Stessa cosa per il revenge porn. Si tratta di fenomeni difficili da abbattere, che probabilmente non verranno sdradicati mai del tutto.
Il popolo chiede pene più severe e interventi immediati delle forze pubbliche. Ma anche una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme digitali, e un processo di educazione che parta dalla minore età e dalla scuola. Una presa di coscienza collettiva che permetta di superare l’indifferenza che accompagna, ancora oggi, questo genere di attività illecite e disturbanti.









