Fondamentale per un detenuto, dopo aver scontato la propria pena, è riuscire ad avere una seconda possibilità. Il modello di carcere italiano, secondo la nostra Costituzione, deve essere rieducativo quindi deve consentire un percorso riabilitativo anche dal punto di vista sociale. “Oltre le sbarre: metamorfosi e inclusione. Lavoro, rinascita e dignità nelle carceri” è un convegno svoltosi all’Università di Catania il cui obbiettivo è stato presentare il progetto “PriTJP – Prison training for job placement” (Formazione per l’inserimento lavorativo), che si propone di indagare la realtà del contesto carcerario meridionale, per progettare iniziative di formazione che possano sostenere il percorso di fuoriuscita e reinserimento sociale, attraverso proposte formative all’interno e all’esterno delle mura carcerarie. Organizzato dal Dipartimento di Economia e Impresa (Dei) e dall’associazione Seconda Chance, che opera per il reinserimento dei detenuti nel mondo del lavoro, nell’ambito della missione GRINS.
Abbiamo parlato con Maurizio Nicita, responsabile per la Sicilia dell’Associazione Seconda Chance, del processo riabilitativo di un detenuto, della difficile situazione che vivono le carceri italiane e infine di questo ponte che si sta cercando sempre più di realizzare tra gli istituti di pena e il mondo del lavoro.
Seconda Chance è un’associazione nata con lo scopo di dare proprio un’altra possibilità ai detenuti, quanto è importante per loro?
-Troppo spesso c’è il rischio che chi viene condannato espia una pena di qualche anno in carcere e poi paga l’ergastolo civile a vita, noi contiamo a riabilitare la gente. C’è un rapporto del 2024 che dimostra come la recidiva si abbassi nelle carceri in cui si lavora sui livelli di professionalità, attraverso corsi interni che formano il detenuto così da poter trovare un lavoro finito di scontare la pena.
Quindi il lavoro è un mezzo funzionale e riabilitativo?
-Certo perché la recidiva agisce nel momento in cui sei stato arrestato, spesso per piccoli reati e una volta scontata la pena non hai un lavoro ma hai magari una famiglia, se non trovi un impiego legale la scorciatoia diventa più che un rischio. A me è capitato di conoscere dei ragazzi che mi hanno chiesto di trovargli un lavoro lontano dalla loro origini per evitare di ricaderci, chi fa un discorso del genere merita fiducia. Quando parli con questi ragazzi, con le famiglie, non si possono regalare illusioni perché le ricadute sono un rischio altissimo, quindi dobbiamo essere concreti e cercare di arrivare alla soluzione, che non è semplice. Lavoriamo con la speranza di vedere il volto felice di chi riesce a guardare avanti a rialzare la testa e ritrovare la propria dignità, perché il lavoro è dignità.
Le pagine di cronaca sono piene di notizie sulle carceri italiane troppo affollate e poco sicure. Com’è la situazione attuale vista dall’interno?
-La situazione oggi nelle carceri la conosciamo bene ed è vero le cronache ne danno sempre testimonianza. Troppo spesso la dignità nella struttura carcere è mortificata, si vive all’interno una situazione precaria, difficile, ci sono tanti addetti a lavoro direttori, educatori, psicologi, volontari che quotidianamente evitano situazioni complicate. Ma è anche vero che accadano fatti gravi e spiacevoli, le guardie carcerari sono in numero esiguo, vivono uno stress enorme, è chiaro che le tensioni all’interno di un carcere sono sempre altissime e se l’organizzazione non è in grado un minimo di gestirle tutto si complica. L’Art. 27 della nostra Costituzione recita che la pena non deve essere punitiva ma rieducativa, le nostre carceri sono mal concepite e non hanno spazi vitali, questo è sbagliato per chiunque, esistono associazioni che puntano alla tutela della persona, gli ergastolani sono persone.
Seconda Chance è attiva da 3 anni il vostro obbiettivo è creare un ponte tra detenuti e lavoro, ma concretamente vi è una risposta buona dal mondo dell’imprenditoria alle vostre richieste?
-Noi operiamo in tutta Italia, come associazioni in questi 3 anni sono stati procurati intorno ai 300 posti di lavoro, frutto di un impegno continuo di volontari sul territorio che cercano di creare un ponte tra mondo dell’imprenditoria e carcere. Il settore risponde a livello soggettivo ed in maniera diversa a secondo delle regioni, ma questa non vuole essere un’accusa. Per esempio con l’associazione dei costruttori in Toscana, Veneto e Liguria stiamo portando avanti progetti importanti riuscendo a inserire parecchie persone, probabilmente perché è più facile trovare una manovalanza anche qualificata all’interno delle carceri. Ci sono altre regioni o associazioni che sono più formali, ma occorre rimboccarsi le maniche e creare anche corsi professionali che qualifichino il detenuto e gli assicurino di poter trovare un impiego.
Si parla spesso di perdita di dignità dentro le mura del carcere, ci si dimentica che i detenuti sono persone ognuna con una propria storia e un percorso diverso. Per questo ci sono tante associazioni che lavorano all’interno dei penitenziari, tra di voi è importante creare una sinergia?
-Purtroppo è così. In quest’ultimo periodo ho imparato molto di più da un ergastolano che da 44 anni sconta la sua pena che da chiunque altro ho incontrato. Lui è entrato in carcere con la terza media a 21 anni, adesso ne ha 65 ed è laureato in sociologia con 110 e lode. Questa persona oggi è socialmente recuperata, lavora nel progetto che abbiamo presentato ed è stato assunto da noi. Io sono fortemente convinto che anche se hai sbagliato, se dimostri la voglia di risollevarti bisogna darti questa possibilità. Abbiamo tante piccole realtà del volontariato, del terzo settore che agiscono autonomamente lavorando in silenzio, è invece importante operare tutti insieme e fare rete sommando e rafforzandoci l’una con l’altra per poter dare risultati più grandi. Seconda Chance è un’associazione aperta ad ogni tipo di collaborazione, unire le forze è fondamentale.
Per concludere parliamo del progetto presentato e della collaborazione con l’Università di Catania, da dove nasce?
-Possiamo dire che l’Università di Catania ha cercato l’associazione Seconda Chance per un rapporto di interscambio, proprio per creare posti di lavoro. Al suo interno ho trovato persone disponibili uno fra tutti il professore Marco Romano. Il progetto consente di lavorare per un anno retribuito, con il supporto di statisti, pedagoghi, sociologhi e psicologi, per capire cosa vogliono fare i detenuti. Saranno raccolti dati statistici sulla popolazione detenuta e linee guida per proporre una migliore attività formativa. Chi entra in carcere spesso ha dovuto interrompere la sua vita, noi proviamo a capire le loro aspettative e coinvolgendo tutte le forze artigianali cerchiamo di comprendere la richiesta, così da creare corsi professionali specifici che possano dare al detenuto una seconda possibilità nella vita.

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